Il ki nella cultura giapponese

Nella lingua giapponese sono numerose le espressioni che utilizzano o che presuppongono la parola Ki. Mi sono confrontato con questa situazione quando ho tradotto il testo di Miyamoto Musashi, il trattato dei cinque elementi, Gorin no sho.                       

Musashi utilizza molto spesso nel suo testo la parola kokoro che abitualmente si traduce come "spirito" ma il significato di questa parola non è traducibile con un unico vocabolo. Secondo le situazioni questa parola deve essere tradotta come: spirito, sentimento, sensazione, senso, pensiero, idea, significato, essenza, cuore, centro nocciolo, ….

kiTuttavia anche dopo aver utilizzato tutte queste parole per tradurre questo termine, avevo comunque una sensazione di incompletezza nella traduzione. Ho cercato a lungo la ragione di questa sensazione fino a quando non ho compreso che Musashi utilizzava parole che si basavano su sensazioni che i Giapponesi dell'epoca, e soprattutto gli adepti di arti marziali conoscevano e condividevano bene. In qualche modo egli deponeva le esperienze vissute in questo mezzo espressivo (utilizzo in questo caso il termine mezzo come viene usato nelle arti, per esempio nella pittura). Le espressioni di Musashi giacciono incomplete, neglette ed in qualche modo restano ambigue perché ormai da troppo tempo non siamo più in grado di captare la natura di questo medium. Se comprendessimo la presenza implicita di questo medium le espressioni di Musashi diverrebbero sostanziali. Qual'è il medium? Si tratta ancora una volta del Ki.

In effetti dal momento in cui ho cominciato a leggere il testo completandolo con la sensazione soggiacente del Ki, il senso è divenuto molto più chiaro. Come è possibile far trasparire in una lingua europea questo "non detto"? Questo è il problema fondamentale della traduzione dei testi giapponesi, soprattutto dei testi più antichi.

Per i giapponesi dell'epoca di Musashi il senso dello scrivere era diverso da quello di oggi. Per esempio in un atto di trasmissione, dove un maestro offre ed un discepolo riceve, troviamo spesso l'espressione: «se dovessi tradire la fiducia, dovrò essere punito da questo o quel dio». Per esempio al termine dell'atto di trasmissione scritto da Kamiizumi Nobutsuna per Yagyu SeKishûsaï, leggiamo questa frase: «Se tradissi quello che ho scritto, che io possa essere punito da Marishiten, Hachiman-Daïbosatsu, Tenman-Tenjin, Kasuga-Daïmyôjin e Atagoyama.»

I nomi di tutti questi dei citati in questo modo certificano la grande serietà dell'impegno. Scrivere il nome di un dio aveva il valore di un impegno a costo della vita. I giapponesi dell'epoca erano impregnati dalla sensazione della presenza del divino in natura. Questa atmosfera suscitava attenzione verso la sensazione del Ki. Ancora in epoca recente, il popolo giapponese viveva attribuendo importanza a ciò che non era visibile. Questa forma di sensazione è presente  nei miei ricordi d'infanzia trascorsi in campagna.

Attraverso la sensazione del Ki i giapponesi sembrerebbero aver percepito dei fenomeni naturali senza cercare di spiegarli. Non hanno escluso dal loro linguaggio le sensazioni vaghe ed è probabilmente questa una delle ragioni per le quali nella lingua giapponese si ritrova un gran numero di espressioni onomatopeiche. Tutte le volte che si presentava la necessità di verbalizzare l'intermediario, il medium, che corrispondeva a certe sensazioni vaghe essi utilizzavano la parola Ki. La sensazione del Ki sembra dunque situarsi più profondamente e più anticamente di quelle che in seguito sono divenute oggetto di conoscenza.

Una delle particolarità della cultura e della società giapponese mi sembra essere quella di avere dato un posto di rilievo a questo tipo di percezione nello sviluppo di una logica moderna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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