Lo scopo delle arti marziali

Lo scopo precipuo di un'arte marziale è quello di consentire di neutralizzare un attacco e volgere a proprio favore la situazione.

 

Origini ed evoluzione 

Esistono pochi documenti che aiutino a datare l'origine delle arti marziali, anche se solitamente si ritiene che comincino a svilupparsi nel V secolo a.C. in India, da dove si diffondono in tutto l'Oriente.

Inizialmente le varie arti marziali non hanno denominazioni specifiche, ma si presentano come una serie di parate e colpi, che solo nel tempo vengono formalizzate e codificate.

Grazie alla loro efficacia, nel corso dell'evoluzione, sono state d'ausilio negli scontri bellici fino a quando, a causa dello sviluppo tecnologico delle armi, il combattimento corpo a corpo è diventato, nel tempo, dapprima di secondaria importanza e poi obsoleto, fatto salvo il loro utilizzo da corpi speciali e forze di polizia.

Wu Yu-xiangIn Cina l'arte marziale più praticata è senza dubbio il taiji quan. Molte sono le leggende riguardanti le sue origini. L'attendibilità storica di queste informazioni è quasi nulla, molti eventi sono stati modificati non trovando, poi, riscontro nei pochi documenti ufficiali esistenti. E' comunque a Chang San-feng, eremita taoista che visse nel X secolo d.c. nei monti Wu Tang, che si fa risalire la prima strutturazione di tecniche col nome di h'ao ch'uan (boxe sciolta). La codificazione, moderna, del taiji quan è avvenuta fra il XVII ed il XVIII secolo, mentre l'utilizzo della denominazione la si deve a  Wu Yu-xiang [1] nel 1852.

Il taiji quan, letteralmente "pugno del Supremo fondamento", si fonda sul concetto taoista del chi e sul principio della cedevolezza. Sintesi di ba gua e xing-yi, si basa su esercizi che hanno lo scopo di raggiungere il benessere fisico e favorire la longevità. L'applicazione di un'arte marziale come arte terapeutica è il miglior modo in cui può evolvere una tecnica di combattimento. Per questo motivo il taiji quan ha avuto negli ultimi decenni una diffusione così grande nel mondo occidentale.

In Giappone durante il XVIII e XIX secolo, periodo di pace, le arti marziali si trasformano, formalizzando una vocazione educativa adatta alla società moderna.

L'arte della spada (kenjutsu e iaijutsu) intorno al 1600 inizia a trasformarsi da pura arte di guerra a via spirituale. Per motivi di praticità, dapprima il bokken (spada di legno), e poi lo shinai (spada dritta costituita da quattro stecche di bambù unite tra loro) sostituiscono il katana negli allenamenti. Ma è nel 1876, quando con editto si vieta ai civili di portare la spada, che la scherma viene relegata definitivamente nei dojo.
I Samurai oltre che padroneggiare l'arte della spada sono esperti anche di jiu-jitsu, arte o tecnica dell'adattabilità, per il combattimento senza armi, dal quale  nascono il judo e l'aikido contemporanei.

Jigoro KanoIl judo è stato codificato alla fine del XIX secolo da Jigoro Kano, professore universitario dotato di spiccate capacità pedagogiche, che volendo istituire, a partire dall'ideale del bushido, una forma d'educazione fisica e mentale adatta alla società moderna, sostituisce il suffisso  jitsu (tecnica) con do (via): "Ho ripetuto e ripeterò ancora che l'addestramento del Kodokan non  significa soltanto fare ginnastica o perfezionare la tecnica Bujutsu; esso comprende ad un tempo l'esercitazione mentale e morale perché si acquisisca la capacità di rinnovare il vivere sociale e perciò anche le motivazioni della vita…".

L'aikido, del maestro Morihei Ueshiba, è stato concepito come via per raggiungere l'armonia di tutte le energie vitali dell'uomo (aikido in origine voleva significare la via di coordinamento al ki): "… Osservando i fenomeni naturali possiamo riscoprire i fondamenti su cui si basa ogni gesto ed ogni movimento dell'arte dell'Aikido... … L'acqua si adatta ad ogni spazio vuoto o forma, lo copre, lo aggira e a poco a poco se ne impadronisce fino a coprirlo e superarlo.
… Nel combattimento tu devi essere l'acqua che possiede la fluidità e l'avversario è la roccia".

FunakoshiAnticamente il nome karate era to de "mano della Cina". La genesi, ovviamente, cinese di quest'arte è difficile da far risalire ad un'unica persona. Sviluppatasi ad Okinawa e diffusa poi nel Giappone centrale, e poi nel mondo, ad opera di Gichin Funakoshi, che risulta per questo più conosciuto di Anko Itosu vero artefice della modernizzazione [2] del karate.

Nel 1936 Funakoshi, approffittando che l'ideogramma to si pronuncia anche kara, il quale ha però anche il significato di vuoto, ma scritto con un altro ideogramma, mutò il nome dell'arte praticata in karate-do (kara tedo).
Questa nuova designazione fu utilizzata per favorire l'inserimento di quest'arte nella tradizione del budo, anche se ciò gli valse all'inizio critiche molto violente da parte  di molti maestri di Okinawa.

 

Arti marziali e sport 

Kano, come rappresentante presso l'International Olimpic Committee, esprime, a livello internazionale, il suo dissenso dalla concezione dello sport così come concepito. Sostiene che ogni disciplina sportiva deve mirare all'Educazione, includendo la cultura morale nella pratica, come avviene per il Judo tradizionale. Critica l'atletica e la ginnastica, prototipi di ogni attività sportiva, dicendo che l'una spinge a stabilire records e l'altra a ricercare l'auto-perfezione, scopi egoici. Propone che fin dall'inizio della pratica sportiva venga introdotto il suo Ideale [3], affinché si capisca che lo sport ha senso quando potenzia le qualità personali al fine  di giovare agli altri e non quando glorificano l'individuo. Nonostante qualche successo incontra resistenza da chi controlla politicamente il movimento sportivo [4]. La sua morte e la guerra vanificano questo tentativo.

Comunque sia, la vetrina dei Giochi Olimpici del 1964 in Giappone sancisce l'entrata delle arti marziali nell'ambito sportivo.

La diffusione nel mondo è enorme. Il Judo ed il karate, principalmente, si avvalgono di questa espansione. 

Tra i praticanti, però, solo una minoranza partecipa effettivamente alle competizioni. La maggioranza non vi partecipa, o per ragioni di età, o semplicemente perché non interessata alla competizione, le cui motivazioni sono quindi rivolte in un'altra direzione, principalmente agli ideali ed alla filosofia del budo.

Relativamente al karate è da notare come vari gruppi tentino d'interpretare in modo più o meno realistico il combattimento (con controlli parziali, o di contatto pieno) con l'ausilio o meno di protezioni (guantini, parapiedi, paradenti, corpetti, ecc.), con l'assegnazione della vittoria a 1 o più punti, facendosi quindi portatori dei valori di tradizione o di innovazione del karate.

Quando due atleti si affrontano sull'area di gara sanno che le loro azioni sono imperniate su sistemi di regole che danno un preciso indirizzo e chiari limiti al loro comportamento, sia sotto il profilo interrelazionale, sia sotto il profilo motorio. Lo scopo dello sport di combattimento è quello di consentire a due individui di confrontarsi in termini di capacità e abilità, per affermare una simbolica superiorità dell'uno nei confronti dell'altro.

In realtà la situazione artificiale che si crea nel combattimento di gara, mediata da regole improntate allo spirito sportivo, capovolge quell'ordine essenziale per cui la gara deve  servire alla pratica marziale e non viceversa.

Che dire, poi, dell'esecuzione di un kata, in una competizione sportiva? L'aspetto figurativo prevale su quello dell'efficacia. Il kata inteso come esercizio ginnico con valenze tecnico-compositorie di tipo marziale, viene valutato per una serie di parametri, equilibrio, ritmo, ecc. senza tener conto che costituisce l'essenza nella trasmissione del karate. Altrimenti perché un adepto d'altri tempi, che non aveva certo tempo da perdere, avrebbe investito se stesso così profondamente in questo esercizio? Poiché esiste una ricchezza reale ed un solo kata può bastare. Funakoshi scrive: " …. mi sono allenato a un solo kata per molti mesi, e persino molti anni. Dovevo continuare, senza sapere per quanto tempo, fino a che il mio maestro dicesse si. E il maestro non diceva mai si prima che giungessi a qualcosa di dissimulato nel kata."
E' evidente quanto ciò contrasti quando in una competizione di kata si vedono ragazzi di 15 o 16 anni eseguire kata come Unsu, Sochin ecc.

 

Tendenze 

In questi ultimi anni si assiste ad un interessamento del mondo del fitness a molte discipline orientali, con una proliferazione di combinazioni, più o meno fantasiose, che spaziano dal karate sound allo yogilantes.

Le arti marziali così come sono giunte a noi, attraverso migliaia d'anni e generazioni di maestri, si sono arricchite, strutturate, adeguate al contesto sociale ed oggi  possono essere definite come sport, discipline di combattimento, vie spirituali, sistemi d'educazione fisica o attività ricreative. Esse possono essere interpretate così, od anche in altri modi, perché nella loro evoluzione sono state tutto questo.

E' opportuno, però, stabilire delle distinzioni fra i modi di praticare le arti marziali perché ciascuno, col suo valore, prevede delle competenze specifiche. In questo modo si possono eliminare polemiche e discussioni e favorire l'orientamento dei praticanti, per realizzare ciò a cui aspira nella pratica marziale.
 
 



[1] Wu Yu-xiang (1812-1880), ricevette in dono, dal fratello Wu Cheng-Ging, un libro intitolato Yunfu Qiangpu scritto da Wang Zong-yue. Yunfu Qiangpu significa "Scritto sulla strategia in armonia con il fondamento dell'universo". Il testo sviluppa il pensiero pratico e filosofico sull'arte della lancia con l'idea del taiji: tutti i fenomeni dell'universo sono formati da due elementi, lo yin e lo yang. La forza è lo yang, la morbidezza è lo yin. Uno contiene l'altro e in particolare lo yin contiene l'elemento yang. Wu Yu-xiang diventerà il fondatore del taiji quan dello stile Wu.

[2] Modernizzazione va inteso come passaggio da un sistema d'allenamento esoterico (i maestri allenavano un allievo per volta ed in segreto) ad uno formalizzato e istituzionalizzato come metodo di educazione fisica nelle scuole elementari di Shuri (Okinawa).

[3] tutti insieme per progredire (Ji-ta-kyo-ei) col miglior impiego dell'energia.

[4] Evidentemente esisteva già una visione votata allo sport di prestazione professionistico che ha generato il problema doping.

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