Costellazioni e inchini

Una delle cose che più mi colpì, nei primi "assaggi" di costellazioni, fu l'intensità e l'efficacia di alcuni gesti rituali.

Mi stupì vedere come un rappresentante per il solo essersi inchinato di fronte ad un altro rappresentante, provò forti emozioni.

Ricordo che durante i vari moduli di formazione ai quali ho partecipato, rimanevo sempre colpito dal valore dell'inchino.

Io applico il metodo delle costellazioni in contesti aziendali e non sempre è facile introdurre o invitare all'inchino: a volte può essere frainteso come un gesto di sudditanza e il preconcetto, a volte, preclude la possibilità di farne esperienza.

Un rappresentante "navigato" sa bene quanta profondità, quanta ricchezza e quanta comprensione si celano dietro un semplice inchino.
Ma come passare queste informazioni in breve tempo ad un amministratore delegato che mai e poi mai si inchinerebbe di fronte a qualcuno? Certo gli si può spiegare che si tratta di un gesto simbolico (la parola rituale in certi contesti è pericolosa), sperimentato da Bert Hellinger e mediato dagli approcci familiari, per poi invischiarsi nelle dinamiche genitoriali che potrebbero, oltre ad essere fuori luogo, rivelarsi fuorvianti. Oppure gli si può dire: "Fallo e basta!".

Per lo più questo secondo metodo funziona, meglio se si è dotati di un accento vagamente teutonico.

E quando si trova un cliente molto mentale che vuole a tutti i costi una motivazione valida per inchinarsi? Oppure quando è così evidente che un inchino potrebbe essere risolutivo ma non si hanno a disposizione rappresentanti?

Io risolsi la questione raccontando una storia legata alla mia esperienza nelle arti marziali ed al valore dell'inchino in questo ambito. Prima degli allenamenti ci inchinavamo al maestro (in giapponese Sen-Sei) e non era un inchino di sudditanza, poiché anche lui si inchinava a noi.

inchino tradizionale

Adesso, con l'esperienza costellativi alle spalle, comprendo meglio il valore di quegli inchini. Era un inchino di reciproco Rispetto e Onore e conteneva anche una affermazione dei ruoli. "Tu sei grande e noi piccoli" da parte nostra e "Io sono grande e in quanto grande mi prendo cura di voi che siete piccoli" da parte sua. L'inchino, sebbene sempre uguale dal punto di vista esteriore, assumeva svariati significati a secondo del momento e della persona che si aveva di fronte. Nell'inchino di commiato al maestro c'era la profondità di un "Grazie" riconoscente per il modo con cui ci aveva accolti, ascoltati, guidati e supportati anche al di là dell'aspetto puramente tecnico-marziale. Nell'inchino all'avversario, prima di un combattimento, non c'era la definizione di una gerarchia, bensì il riconoscersi nell'avversario.

Questo gesto rendeva l'avversario degno di Rispetto. Mancare di rispetto all'avversario era mancare di rispetto a se stessi.

Quanta profondità c'era in quella palestra, ma a diciassette anni non ero così attento. Adesso ben venti anni dopo ho la fortuna di lavorare insieme a Marcello che, oltre ad essere un collega, è un maestro di arti marziali.

Dialogando con lui è nata l'idea di questo articolo/intervista e quello che vogliamo offrirvi è un'analisi del valore dell'inchino in altri contesti, ma nei quali si mantiene e si tramanda lo stesso valore Sacro.

D] Marcello, in Giappone esistono moltissimi modi di inchinarsi e occorre conoscere e padroneggiare bene l'etichetta  per non essere maleducati o fraintesi per pochi centimetri in su o in giù. Al di là del gesto comune, quanti tipi di inchino esistono nelle arti marziali e che ruolo hanno?

R] In effetti in Giappone il sistema per salutarsi non è la stretta di mano, ma l'inchino, indipendentemente dal fatto che le persone si conoscano o meno. I giapponesi, che si sentono a disagio nel contatto fisico, hanno ritualizzato l'inchino in questo si può dire che sono l'esatto contrario dei romani al tempo dell'Impero (i quali non chinavano mai la testa ed hanno sviluppato una forma particolare di stretta di mano), per cui è previsto che sia più o meno lungo, più o meno profondo a seconda della situazione, del grado di conoscenza, della formalità, della situazione, della posizione sociale, ecc. Solitamente è la persona più giovane che compie per prima il gesto dell'inchino, s'inchina in modo più profondo e più a lungo. Se, sollevando il capo, ci si accorge che l'altra persona non si è ancora rialzata, ci s'inchina nuovamente.

Data questa premessa è normale che nell'ambito delle arti marziali questo rituale sia stato codificato in modo ancora più preciso. Quando si entra nel dojo (luogo dove si pratica la ricerca della Via) si saluta (rei [1]), prima di salire sul tatami (la materassina) si saluta ancora. Questo gesto, inchinarsi, è un rito per sintonizzare la mente. Il tatami è un mandala (simbolo indù che rappresenta l'Universo) su cui l'adepto si allena ad un combattimento che è rappresentazione simbolica della vita. Rei non è soltanto piegare la testa, ma la manifestazione di Rei-nokokoro (lo  spirito del rispetto) che ci armonizza con l'Universo. Il giusto atteggiamento nel saluto crea la capacità di sviluppare la  forza interiore attraverso il superamento dell'Io. Il rispetto interiorizzato è la fonte di quella forza che consente all'uomo un comportamento adeguato. L'allievo rende questo rispetto un esercizio in cui egli percepisce che il suo pensiero passa da un'indisciplinata libertà all'attenzione necessaria.

Prima d'iniziare la lezione, solitamente, ci si rivolge verso la parete dove è appesa la foto del Maestro fondatore dell'arte che pratichiamo e tutti insieme, insegnante e allievi, si saluta. Questo saluto trae il suo fondamento nello Shintoismo [2]. Salutiamo ed onoriamo colui che ci ha trasmesso l'Arte.

C'è poi il saluto fra il maestro e gli allievi. Questo saluto è una reciproca presa di coscienza: non esiste maestro senza discepoli, non esistono discepoli senza maestro.

Durante la pratica, nei randori [3] in alcuni esercizi a coppie o prima d'eseguire un kata [4], si saluta ancora. Questo saluto ha la funzione di allontanare ulteriormente le distrazioni, si passa dal livello d'attenzione a quello della concentrazione. Muta la condizione mentale in ragione del maggior impegno. Terminato l'esercizio si saluta ancora, così quando finisce la lezione si eseguono gli stessi saluti (come un film che scorra all'indietro) per tornare alla vita normale.

D] Sulla base della tua esperienza di pratica e insegnamento che rapporti vedi con l'inchino nell'approccio costellativo?

R] Sicuramente il rispetto e la necessità di concentrarsi sul principio: qua, adesso.

D] Hai mai notato l'effetto dell'inchinarsi all'interno dei gruppi di arti marziali, e viene data importanza a tale gesto?

R] Il rituale è diventato per alcuni una pura formalità, recitano lunghe frasi in giapponese di cui non comprendono il significato, borbottano un oss senza sapere che è la contrazione di ohayoo gozaimasu che vuol dire buongiorno. Insomma c'è molta superficialità.

D] C'è qualcosa di più antico e sacro che hai potuto notare nell'inchinarsi dei tuoi maestri giapponesi?

R] C'è la consapevolezza di ciò che stanno facendo. In Giappone dicono: "La forma deve avere spirito. Lo spirito manifesta la forma".

Grazie, trovo questa frase molto in sintonia con il tema centrale dell'articolo. Ed è questo quello che mi arriva dal confronto con l'approccio orientale. Il Rispetto, l'Onorare il proprio posto ed il proprio ruolo sono tutte manifestazioni di una Comprensione più ampia. A nulla vale un gesto fino a quando non è infuso dallo "spirito". A volte questa infusione non è immediata ed il cliente, dopo un primo rifiuto, ha bisogno di tempo per contattare quel livello; altre volte il semplice cogliere la possibilità di contestualizzare nel suo tema il valore dell'inchino aiuta a percepire il soffio di quello spirito che, sebbene a volte non permetta di capire, apre alla Comprensione. Quando si parla di inchini ci si riferisce solitamente a quelli che "devono fare" i clienti. E noi come conduttori-facilitatoricostellatori? A mio avviso l'inchino è anche una forma di raccoglimento e può o meno essere esplicito. È l'intenzione che dà la qualità ai gesti. La Presenza, l'Umiltà, l'essere al servizio e quindi in secondo piano non sono che la manifestazione della profondità dell'inchino. Non dovremmo mai dimenticarci di inchinarci di fronte ai nostri clienti.

 


 

[1] Si tratta di ritsurei quando si saluta in piedi, di zarei dalla posizione in ginocchio.

[2] Il termine Shinto, deriva dal cinese shen (spirito) e to (via), può essere tradotto come via degli spiriti, dove spiriti è un termine che nel caso sta ad indicare esseri extraumani o sovraumani, degli dei. Nello Shintoismo non esiste l'idea di un unico dio assoluto creatore di tutto. Quindi sia gli elementi naturali, pioggia, vento, montagne, mari, fiumi, tuoni, ecc., ma anche le creature umane sono riverite dopo la morte come Divinità ancestrali. Lo spirito delle persone che in vita hanno dato un gran contributo alla comunità od allo Stato è ospitato nei reliquari. Lo Shintoismo ha i caratteri di una religione spiccatamente rituale, i fedeli, infatti, venerano le Divinità con preghiere, ma soprattutto con offerte atte a propiziarsi la loro benevolenza, e a scongiurare la loro ira con riti di purificazione.

[3] Esercizi che si eseguono con un compagno.

[4] Etimologicamente è: tracciare col pennello una somiglianza esatta. Quindi, nelle varie arti giapponesi, si tratta di riprodurre un gesto uguale al modello ideale.

 

 

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